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“Da quando Expo è stato presentato, si è trasformato in un evento che non ha nulla a che fare con il cibo, con la nutrizione e con il pianeta.
Ma non scordiamoci che l’asso di picche è rappresentato da Terra Madre! Parteciperemo in maniera critica perché questo evento non ha anima: Expo va trattato con determinazione, chi gli vuole bene non può stare zitto, ed è per questo che noi alziamo la voce andando controcorrente.
Dobbiamo metterci l’anima, e questo significa garantire il diritto al cibo per tutti”
Carlo Petrini, Huffington Post, 22/10/14

Si è svolto in questi giorni di fine ottobre il Salone internazionale del gusto 2014 – Terra Madre, evento che l’associazione onlus SlowFood, insieme a svariati partner privati e istituzionali, organizza ogni due anni a Torino.
Le migliaia di animali non umani coinvolti -sfruttati, ingabbiati, brutalizzati e ammazzati per il loro miele, per il loro latte, per le loro uova, per le loro carni- hanno purtroppo già compreso sulla loro “pelle” cosa serva per organizzarlo e farlo funzionare, sfortunati personaggi di un evento che si è nutrito e si nutre di loro. Anche gli abitanti umani della zona di Torino e delle valli limitrofe dovrebbero ormai sapere cosa portino i grandi eventi e poco cambia se il Salone è ospitato in strutture già esistenti: trasformazioni coatte del territorio e quartieri sotto pressione economica, esborso di denaro pubblico indirizzato all’economia degli eventi e del turismo e spese di gestione di infrastrutture sottoutilizzate o in disuso a carico delle amministrazioni locali. Le Olimpiadi Invernali di Torino del 2006 ne sono un esempio, gravando ancora in maniera significativa sui bilanci di alcuni Comuni della Val Susa o della Val Pellice, oltre ad aver compromesso definitivamente delimitati, ma importanti habitat boschivi e montani.

Gli organizzatori e le organizzatrici parlano invece di tutt’altro. Il co-fondatore di SlowFood, Carlo Petrini, e i suoi soci preferiscono descrivere scenari in cui loro stessi sono innocenti esperti di infallibili piani di sviluppo e cavalieri senza macchia, oppure parlare di luoghi lontani, un altrove che non infastidisca chi guida la macchina dei flussi economici. E’ così che il progetto attualmente in auge si chiama 10.000 orti per l’Africa, piccoli appezzamenti familiari in regioni lontane ed esotiche. Un processo di localizzazione geografica che laggiù si fa astorico per non considerare le dinamiche -e i responsabili- di quanto lì è accaduto e accade; parallelamente si applica, qui, l’invenzione di una tradizione contadina che la storia stessa -e alcuni testimoni come il cuneese Nuto Revelli- ha già sottoposto a un severo giudizio.

A noi spetta far notare, a chiunque si ponga in questa prospettiva, come la tradizione contadina abbia storicamente conservato una profonda dimensione antropocentrica e specista in cui l’uomo maschio sfrutta e domina la natura e tutti gli esseri viventi umani o non umani e, cambiando piano di lettura, sottolineare come luoghi e prodotti di una economia detta “a km zero” in realtà vengano venduti quotidianamente alla catena multinazionale dell’alimentare Eataly, che ospita sui suoi scaffali sparsi per il pianeta centinaia di prodotti tenuti da SlowFood come presìdi a carattere locale.
Il profondo legame economico tra Eataly e SlowFood, databile a circa il 2004, è troppo spesso ignorato o taciuto da chi ancora crede che queste due realtà siano tra loro differenti. Lo ribadiamo: per come le conosciamo oggi, l’una non potrebbe esistere senza l’altra.

In questi progetti la “questione animale” viene affrontata come pretesto per parlare dei propri prodotti e garantirne la vendita. Da attiviste e attivisti per la liberazione animale non possiamo non sottolineare questa crescente vocazione di SlowFood -e di soggetti affini- a fare comunicazione e marketing nascondendo il dolore e lo sfruttamento animale e parlando invece di ecosistemi e orti, di biodiversità e malnutrizione, di contadini e pescatori, di allevamento e pesca: parlando cioé di un complesso sistema-mondo edulcorato da benessere animale e sostenibilità stagionale. Una vocazione che riteniamo particolamente pericolosa perché tende a silenziare riflessioni critiche ed etiche nei tesserati SlowFood e nei consumatori, anche in quelli più attenti: li rassicura e li consiglia, inserendo la loro pratica d’acquisto in un orizzonte di senso falsamente attento alla vita animale; un processo che si autolegittima concretamente sullo sfruttamento di esseri viventi di cui si decantano le lodi in quanto soggetti bisognosi di benessere -accogliendo suggestioni e concetti cari all’animalismo- poi derubricandoli a oggetti con caratteristiche organolettiche. Anche per questo è preoccupante la presenza di un corso di cucina vegan all’interno del Salone: se il piano simbolico e politico si silenziano a favore di motivazioni meramente salutiste, è in atto il tentativo di inglobare istanze profondamente critiche e rigurgitarle come elementi propositivi e caratterizzanti questa fiera del Gusto; istanze che dall’ambito di critica intra e interspecie si depotenziano come semplici ricette personali con portati che rispondono a pressioni sociali e che sfociano in ambiti individualistici.

Non che ci scandalizzi la menzogna: viviamo in una cultura che usa in modo strumentale ogni forma retorica e che ha fatto della narrazione pubblicitaria uno strumento poi tracimato nella vita privata e sociale. Scandalizza maggiormente l’invenzione e il mantenimento di tradizioni e usanze per salvaguardare uno status quo antropocentrico, di cui SlowFood è particolamente responsabile (numerosi gli appuntamenti interni al Salone 2014 che vanno in questa direzione: cosa mai si saranno dette e detti durante l’incontro chiamato “Storia di una pecora ligure”, finalizzato all’assaggiato di produzioni casearie?), così come scandalizza la ricerca del profitto camuffata da libidinosi inviti al godimento personale, all’apprendimento finalizzato all’acquisto e all’esperienza mercificata, in cui a SlowFood si affianca aggressivamente Eataly (che tramite la controllata delle bibite e dell’acqua in bottiglia Lurisia SPA ha avuto la pretesa di “insegnare” ai presenti al Salone 2014 come utilizzare al meglio e senza sprechi l’acqua usata quotidianamente).

Questo nostro moto di sdegno e di volontà di uscire dal coro degli utili idioti, dei corresponsabili e degli assuefatti si rinforza notando la presenza tra i principali sponsor e partner di DHL che, tramite la sua società controllata ABX Air, non si limita a trasportare pacchetti, ma che si fa attore mondiale nel trasporto di primati per la vivisezione. Oppure la presenza di EXPO2015, evento nocivo per le ricadute che ha e avrà sull’intero Paese, inserito alla voce “con il sostegno di”: non siamo stati in grado di quantificare a quanto ammonti questo sostegno, o cosa indichi, poiché i dati a riguardo non sono pubblici (nonostante EXPO2015 provi a mostrarsi come un evento open-data, cioé dalle informazioni accessibili in modo trasparente); notiamo però che i profili dei social network legati all’evento milanese hanno molto pubblicizzato il Salone, che da parte sua ha ospitato in uno stand ad hoc EXPO2015 e il Padiglione Italia. E scorrendo le liste di partner e affini troviamo anche il logo di “Expo dei popoli”, contenitore delle buone intenzioni umanitarie e ambientaliste di ONG e associazioni nazionali e internazionali, in cui SlowFood primeggia: un folto gruppo del volontariato sociale e del terzo settore -circa una trentina di sigle- che si definisce “voce critica dentro l’esposizione universale EXPO2015”, ma che ottiene il risultato opposto, legittimando il grande evento fieristico che ospiterà -a pochi metri da loro- Nestlé, Coca-Cola e gli OGM di DuPont, solo per citare alcune multinazionali presenti.

Basta leggere le dichiarazioni di Petrini, infatti, per comprendere come l’imbarazzo a partecipare a un evento da più parti sbugiardato abbia innescato la necessità di comunicare utilizzando due piani retorici: rivolgersi ai propri tesserati come attore critico verso l’evento, ma dall’altro dichiarando fedeltà all’evento stesso, diventandone anzi paladino difensore. Difensore dunque di un evento responsabile della trasformazione del territorio lombardo, con migliaia di ettari di spazi verdi e campi agricoli cancellati da nuove infrastrutture; difensore di un evento che causa già oggi un innalzamento delle spese quotidiane a chi vive nella città di Milano e che porterà nuove voci tra le spese della collettività cittadina; difensore di un evento che ha ulteriormente intaccato il diritto al lavoro con gli accordi dell’estate 2013 tra l’amministratore di EXPO Spa Giuseppe Sala e l’allora governo Letta, poi riversatisi nel Jobs Act renziano, e che si basa sulla necessaria presenza di 18.000 volontari e meno di 1.000 lavoratori assunti per i 6 mesi dell’evento. Per non parlare di quante migliaia di animali non umani e umani hanno dovuto modificare la loro vita, se ancora ce l’hanno.

Con EXPO2015 è partita l’offensiva alle risorse pubbliche per progetti di politica economica legata all’alimentare, al turismo e alle infrastrutture: nonostante le presunte prese di distanza, SlowFood e Petrini siedono a questo tavolo da protagonisti e corresponsabili, nonché soci di altri soggetti interessati.

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